Page 5 of 5

A casa della divina

Ci sono forme d’arte che riescono a dare un nome ai processi interiori molto più di quanto riescano a fare le parole. La più grande artista sarda vivente si chiama Rosanna Rossi e in quella abilità è Maestra. Le sue opere hanno un rigore, pulizia, perfezione e misura in grado di suscitarmi un senso di equilibrio interiore salvifico. In lei vedo e vivo tutte le sette funzioni terapeutiche dell’arte secondo il decalogo di Alain De Botton: evoca memoria, suscita speranza, sublima il dolore, dona equilibrio, stimola la conoscenza di sé, produce un processo di crescita interiore e regala il sublime godimento della Bellezza.

Ho varcato il tempio della sua casa-studio e, seduta davanti a lei, ho assaporato ogni parola, respirando l’incalcolabile valore di trovarmi di fronte a una grande Donna.

Il morbido rigore di Rosanna Rossi, la più grande artista sarda

Ph Anna Marceddu

Il morbido rigore di Rosanna Rossi, la più grande artista sarda

Da La Donna Sarda – Intervista di Cristina Muntoni

 “Volevo fare come Rembrant, lavorare sui quadri per tempi lunghissimi”.

Rosanna Rossi, 78 anni di vita e 61 dalla sua prima mostra, è la più grande artista sarda vivente e della sua vocazione a non avere limiti temporali mi dà una dimostrazione tangibile. Nel suo studio a Cagliari – un luminoso open space circondato dagli alberi all’ultimo piano della villa anni ’70 in cui vive – mi mostra una delle sue grandi tele. Da lontano, sembra che il colore sia stato sfiorato da un pettine a denti stretti sino a formare delle onde. Movimenti fitti e sinuosi che percorrono tutta la tela. Ma da vicino si scopre che le centinaia di sottili linee parallele sono realizzate una ad una, in punta di pennello e svelano tutta la meticolosità di un lavoro preciso e incessante durato oltre un anno. Nonostante i tempi lunghissimi, la sua produzione è enorme. «Ho un accumulo di lavori che mi spaventa», racconta lei stessa.

 

Con le sue opere contemplative e astratte dal rigore geometrico ha segnato la storia dell’arte sin da quando ha partecipato da protagonista alla formazione di Studio 58. Il gruppo di artisti sardi segnò quella straordinaria stagione che, dal 1965 al 1975, ha visto Cagliari protagonista nel campo della ricerca e dell’arte in Italia.Vado a trovarla a casa, mentre i Musei Civici di Cagliari stanno rendendo omaggio alla sua opera con una mostra monografica (Percorsininterrotti) alla Galleria Comunale e alla Cava Arte Contemporanea. Si dice di lei che sia una persona dura, dall’approccio ruvido e intransigente. Mi accoglie invece una donna pacata, morbidamente accogliente e priva di qualunque barriera. Ha un corpo asciutto, occhi d’acqua dallo sguardo triste, parole e movimenti lenti e misurati di chi conosce il valore di ogni singolo gesto.

 

Perché dicono che lei sia dura? Non sembra.
Lo sono stata. Ero molto dura, ma la mia durezza non era indisponibilità, era logica e capacità di capire i problemi e, soprattutto quando insegnavo (al Liceo artistico di Cagliari e allo IED, n.d.r.), avere un rapporto preciso scandito da ruoli che dovevano essere rispettati. Dagli studenti ho avuto grandi soddisfazioni perché i miei allievi erano bravissimi e molte volte avrei voluto fare io quello che facevano loro. Ho imparato da loro. Però l’apparenza era quella della freddezza e della distanza. Poi col tempo maturavo altre forme di convivenza e di vita. Oggi forse sono più comprensiva, forse sono migliorata.Sua madre, descrivendo il suo lavoro artistico, diceva, lasciandola perplessa, che avesse una forza maschile. In cosa vede invece la sua forza femminile?
Per me era un’offesa perché non differenzio il lavoro tra maschile e femminile. I linguaggi non hanno una connotazione maschile o femminile, poi all’interno si possono anche scoprire delle convergenze tra due donne che lavorano con particolare attenzione verso le stesse cose, ad esempio la ricorrenza del filo che è reale in Maria Lai e virtuale in me. Però l’aspetto generale dell’opera, quello che dà impulso all’emozione o all’interesse, non è maschile o femminile, è l’opera. La forza femminile si vede semmai in tutte le manifestazioni quotidiane ed è la costanza, la perseveranza, forse perché devono combattere di più per essere presenti.

Però inizialmente si firmava R. Rossi, senza far trapelare se si trattasse di uomo o donna, per paura di genere.
Il genere femminile nella storia dell’arte ha poco conto. Ci portiamo dietro il complesso di Michelangelo: non esiste un Michelangelo femminile.

Più volte ha sottolineato l’importanza della sottrazione, la necessità artistica di togliere il superfluo. Cosa toglierebbe nella sua vita?
Nella mia vita il superfluo non c’è. Sono stata sempre morigerata nelle manifestazioni, tranne che nel lavoro e negli affetti per i miei familiari. Ho avuto sempre un senso del civile, del sociale, l’amore per i miei compagni di lavoro, l’ammirazione per quello che fanno. Anche persone non sono mai superflue, persino quelle che infastidiscono, perché fanno parte della vita.

Nella parte materica della sua mostra Percorsiniterrotti ha usato con ironia guanti da cucina, pagliette d’acciaio e spazzole come simbolo dell’essere donna. Cosa sceglierebbe per raccontare simbolicamente sé stessa?
Non ho un simbolo, ho il lavoro per raccontare me stessa. Un lavoro che pian piano si è andato amplificando ed è diventato sempre più importante ed esigente. L’idea di potersi raccontare in un’opera sola è un sogno, invece la vita è composta da tante giornate.

 

Lei è un’artista, ma è anche madre ed è stata moglie. Come è riuscita a conquistare il suo spazio creativo dentro una famiglia? Ha dovuto lottare per difenderlo?
Il mio spazio l’ho avuto con la pazienza e l’appoggio degli altri, la mia determinazione e la mia costanza. Non ho dovuto lottare, mi è stato riconosciuto in modo naturale, anzi quando ero fidanzata con quello che diventò mio marito, mi disse che riteneva che sarebbe stata un’offesa per lui se avessi smesso di lavorare. Aveva una grande sensibilità, era un uomo speciale. Ci sono state anche le necessità degli altri e altre impellenze che chiedevano di fermarsi, ma fanno parte della vita.Realizza grandi tele che suggeriscono l’assenza e l’annullamento di limiti, andando oltre i confini. Nella vita invece, quali sono i limiti che non riesce a superare?
È importante per me la non accettazione dei limiti di un quadro. Quello che ho fatto va oltre la cornice e la misura dell’opera stessa perché non hanno inizio e non hanno fine le linee e i colori che compongono il mio lavoro. Suggeriscono spazi altri, spazi diversi. La dimensione è venuta fuori dall’osservazione del lavoro degli altri come gli americani o gli italiani come Burri. Nella vita i limiti esistono, li contemplo e cerco di superarli. Ogni volta che intraprendo un lavoro, il problema è superare ciò che ho fatto precedentemente. Anche il cambiare tipo di lavoro fa parte di questa necessità di essere diversa e, nella diversità, superare il limite precedente.

Le sue opere rivelano un’acuta sensibilità di visione. Come vede il presente che attraversiamo?
Sono molto pessimista sulla realtà di oggi. C’è molta miseria, troppo bisogno.

Racconta che è stata la riflessione di un paziente dell’ospedale psichiatrico suo allievo a farla passare dal figurativo all’astrattismo con la frase “Che bisogno c’è di disegnare un albero se posso guardarlo dalla finestra?”. Cosa è stato invece a darle la consapevolezza di essere un’artista?
Io mi sono sempre sentita un’artista sin da bambina. Mi attendevo che gli altri lo riconoscessero, ma per quanto mi riguarda, io sentivo di essere nata per fare questo lavoro. Grande o piccola, conosciuta o sconosciuta, non aveva importanza: ero un’artista.

 

Qualche anno fa, l’artista tedesco Georg Baselitz in una celebre intervista a Der Spiegel dichiarò che le donne non hanno mai saputo dipingere perché non c’è mai stata nessuna Picasso, Gauguin o Modigliani. Affermazioni come questa sono alla base della cosiddetta “sindrome di Michelangelo”, ma ci sono artiste che la smantelleranno. Una di queste si chiama Rosanna Rossi.

 

Stelle, mare e magia del Festival del cinema di Tavolara

Come ogni anno da circa 15 a questa parte, ho seguito il festival del cinema più bello al mondo. Quello dove si decidono le sorti della commedia italiana, dove nascono nuove scritture, nuove sinergie tra attori, registi e produttori tra escursioni in mare, calici sotto le stelle e sabbia sui piedi. Il red carpet bagnato dalle onde che dalle barche conduce alla sabbia dell’isola è il terreno dove germogliano le storie che dopo un anno o due vedremo sul grande schermo.

Anche quest’anno mi porto dentro l’attesa che cali il vento per poterci imbarcare verso l’isola, il cielo stellato in mezzo all’acqua, lo schermo davanti alla Luna e al monte dell’isola, i tramonti sul prato tra un’intervista e un bicchiere di vino.

Al prossimo luglio.

Festival del cinema di Tavolara, il Maestrale firma la regia

Da La Donna Sarda di Cristina Muntoni – clicca qui per vedere articolo, video gallery e video intervista

Che al Festival del cinema di Tavolara domini la natura, che decide sovrana le sue sorti, si sa. Ma se qualcuno credeva che fosse solo un modo di dire, ieri sera ne ha avuto certezza. Sua Maestà il Maestrale ha decretato che i film sull’isola non potevano essere proiettati.

La prima serata a Tavolara – della ventiseiesima edizione del festival iniziata martedì alla Peschiera di San Teodoro – non si è svolta sull’isola, ma a Porto San Paolo, davanti alle barche con cui attori, registi e ospiti avrebbero dovuto solcare le onde sino al red carpet in mezzo all’acqua. A far dimenticare la delusione c’era il funambolico Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti.

Ad aggirarsi tra gli spettatori uno degli interpreti principali, Luca Marinelli. Vestito di nero dal cappello alle scarpe bucate in suola di corda, il perfido Zingaro del film rivelazione di quest’anno voleva vedere le reazioni del pubblico. Il riscontro è stato lo stesso che lo ha portato a vincere il David di Donatello come migliore attore non protagonista. Un successo. Un trionfo che il suo agente difende a spada tratta selezionando e limitando il più possibile foto e interviste che a noi sono state negate.

Non così per Maria Sole Tognazzi. L’elegantissima figlia dell’istrione della commedia italiana a cui il festival ha dedicato un tributo al Museo Archeologico di Olbia, si è concessa senza limiti per raccontare tutti i retroscena di Io e lei, in cui ha diretto Margherita Buy e Sabrina Ferilli. Ad applaudire la presentazione, diretta da un’esilarante Geppi Cucciari e Piera Detassis – direttrice di Ciak e direttrice artistica del festival – c’era anche Paolo Genovese. Il regista del pluripremiato Perfetti sconosciuti, sbancando nei botteghini con una storia che smaschera le ipocrisie del vivere doppie vite tra social e telefonini, ha ora tutte le porte aperte e si dice pronto per “affrontare il pubblico con la storia in cui credo”.

Anche Ivan Cotroneo ha presentato una storia in cui crede. Con Un bacio, proiettato dopo il film di Mainetti, il regista ha raccontato il bullismo nelle sue due declinazioni principali: il sessismo e l’omofobia. La morale della storia, alla fine di una serata raffreddata dal vento, è stata chiarissima. Alla base dei conflitti c’è sempre la paura. Per esorcizzarla, il regista napoletano ha regalato un grosso corno in ceramica a Piera Detassis. Il corno è caduto e si è rotto, creando il panico di un anatema che è stato risolto da Cristina Donadio. La perfida Scianel di Gomorra, da brava napoletana, ha sciolto gli imbarazzi con una soluzione: se la rottura porti sfortuna o meno, dipende da come si è rotto. “La punta è intatta, quindi andrà tutto bene”. E infatti il vento è calato e stasera si salpa verso l’isola.

 

Dal linguaggio segreto delle donne ai sogni di un migrante

 

Di Maria Spissu Nilson ho conosciuto prima le sue parole e le opere che la sua persona. Era il 2011 e dovevo scrivere di una mostra che stava curando: “La Bellezza della normalità”. Ero impressionata. Una mostra dedicata a Fukushima che anziché raccontare l’orrore, celebrava la bellezza. Trasformare il piombo in oro è un processo alchemico che ho ritrovato in tutti i suoi lavori, compreso quello dedicato al Nu Shu, il linguaggio segreto delle donne, frutto di un’oscurantismo becero da cui lei ha tratto la meraviglia. Maria è un’artista raffinata, sensibile e di rara profondità.

Il 17 giugno ho presentato il suo ultimo romanzo alla Feltrinelli ed è ancora oro che cola….

 

Maria Spissu Nilson e il viaggio di un migrante, metafora della vita

Da La Donna Sarda di Cristina Muntoni – clicca qui per vedere la video intervista

 

L’uomo sulla sabbia nera (Armando Curcio Editore) è il racconto corale di un viaggio. Un percorso faticoso, imprevedibile e stupefacente come lo è la vita.

È il viaggio fisico e metaforico di Bekele, etiope riflessivo che ha imparato a non chiedere nulla e che nella vita bisogna preoccuparsi più di ciò che si porta in dono agli altri che degli ostacoli con cui questi altri possono intralciare il proprio cammino. Il suo migrare, che lo porta ad attraversare l‘Africa, l’inferno, l’amore e il mare, lo fa approdare a Linosa. Nell’isola siciliana la sua vita approda in quella di Mino e del suo mondo onirico di bambino che crede che col mare si possa parlare, perché il mare è la sua seconda madre. Gliel’ha detto suo nonno Leone, pescatore di pesci e di sogni.

I sogni saranno anche la rete che unirà vite e storie. A intessere questa rete è un linguaggio per sottrazione, acuto, essenziale, pulito. Una scelta stilistica e lessicale efficace, dove i racconti di Bekele distinguono tra ciò che può dire al bambino e ciò che, reso in corsivo, è meglio nascondergli. Perché la vita narrata è quella reale, dove il dolore si unisce alla bellezza e, se si può vivere trattati come animali, merce da scambio e “buttato via come un vecchio straccio”, può anche succedere di riconoscere l’amore eterno in uno sguardo e vedersi “come due viandanti che persi in un deserto s’incontrano per caso in un’oasi”. Ma a un bambino è meglio dire solo ciò che può sostenere e conservare per sé tutto ciò che trafigge, nascondendolo in corsivo tra le pagine di un racconto.

Maria Spissu Nilson con L’uomo sulla sabbia nera è al suo secondo romanzo, dopo Il tempo sa mordere prima dei cani. Nata nel Montiferru e cresciuta artisticamente alla Open University e alla Tate Modern di Londra, la scrittrice e artista, oltre che in Italia, ha esposto le sue opere negli USA, in Argentina, Grecia, Francia, Spagna, Gran Bretagna e in Giappone. In Cina Maria ha approfondito la sua ricerca della cifra grafica come modalità di comunicazione artistica che ha trovato il suo apice nel lavoro sul Nu Shu , il linguaggio segreto inventato dalle donne di una remota regione cinese per sfuggire al silenzio e all’ignoranza in cui erano relegate.

 

Cene sotto le stelle tra lanterne e querce secolari, concerti al tramonto e all’alba. Magie di Siddi

11
Luciana Satta, addetto stampa del Festival AppetitosaMente, e Cristina Muntoni. ph Paolo Piga

L’invito è di quelli imperdibili. Racconterò la magia della cena nel bosco, i concerti di violino al tramonto, le sonorità ancestrali all’alba davanti alla Tomba dei Giganti e di quel viaggio sensoriale per cui AppetitosaMente è nato. Mi lascerò cullare tra onde di sapore, musica, profumi e notti stellate di un festival dedicato al gusto e alla bellezza.

Cena nel bosco e concerto di Tifu al tramonto con AppetitosaMente

Da La Donna Sarda – di Cristina Muntoni

Sarà una cena nel bosco, tra atmosfere fantastiche, danze sotto le querce, con racconti e visioni sonore, ad aprire l’undicesima edizione di AppetitosaMente. Il Festival Regionale del Buon Cibo animerà Siddi con tre giorni di eventi legati al gusto, alla musica e alla cultura. A coinvolgere il palato e la mente saranno suggestive esperienze sensoriali, come il concerto al tramonto di Anna Tifu, poco prima che la comunità si apra ai visitatori imbandendo i tavoli in tutto il paese.

Il tema di quest’anno è “il viaggio”. Viaggio come scoperta, come esperienza necessaria e arricchente per conoscere persone, territori e culture anche lontane, attraverso suoni, profumi e sapori.

Presentazione del Festival: Anna Tifu, Gian Luca Atzori, Rukia Ali Abdurahman.

Ph Paolo Piga

Il festival – presentato ieri al Manà Manà di Cagliari e organizzato dal Comune di Siddi, la Cooperativa Villa Siddi e la Pro Loco – inizia venerdì 26 agosto con una cena tra le querce del Parco Sa Fogaia dove le compagnie teatrali Moduli Alterni e Theatre en Vol creeranno, tra lanterne appese agli alberi, atmosfere suggestive e fiabesche per accompagnare i commensali in un vero e proprio viaggio culinario a cura del Gran Galà Banqueting.

Il risveglio del sabato mattina sarà cadenzato dall’inaugurazione delle mostre, dei laboratori e degli spazi espositivi come la Casa Puddu Crespellani, dove si potrà assaggiare il torrone e ascoltare la storia di questo prodotto locale, e l’ex pastificio Puddu, dove il pomeriggio saranno proiettati due documentari su storie di pesca e migrazioni.

Concerto all’alba- edizione 2015 di Appetitosamente
Ph Matteo Setzu

Alle 16, all’ombra degli antichi lecci del Parco Sa Fogaia, i produttori locali di melone esporranno un racconto con degustazione di come realizzano una produzione biosostenibile con una coltivazione all’asciutto. Al tramonto, la Tomba dei Giganti Sa Domu ‘e s’Orcu si trasformerà nel suggestivo palcoscenico per un concerto della grande violinista Anna Tifu e il pianista francese Julien Querentin. La cena sarà imbandita per le strade del paese e la notte avrà il ritmo della bossa nova di Silvia Piras e del rock dei Lazybines Flame Kids.

La domenica, sveglia prima dell’alba. Passeggiata sino alla Tomba dei Giganti Sa Domu ‘e s’Orcu per salutare il Sole nascente con una ricca colazione e un concerto di Antonello Salis che interpreta i silenzi della giara e delle antiche divinità con la sua fisarmonica. A seguire, laboratori, degustazioni e documentari fino a sera, compreso un incontro col velista Andrea Mura e uno sull’etnogastronomia organizzato da Alessandra Guigoni, con Reinier van Kleij, uno degli ideatori de L’Unione Sarda online, la ristoratrice Sabine Hammerle e l’architetto imprenditore del vino Stefano Soi.

da sx S. Puddu, A.Guigoni, L. Satta, A. Tifu, G.L. Atzori, Rukia Ali Abdurahman e M.Usai.
Ph Paolo Piga

Il festival – patrocinato dalla Regione Sardegna, l’assessorato regionale al Turismo e realizzato con la collaborazione della compagnia baracellare e dei cittadini di Siddi – si chiuderà con uno spettacolo di acrobatica comica e magia.

Perché viaggiare e scoprire le identità culturali attraverso i sapori è magia allo stato puro.

 

Informazioni

www.comune.siddi.vs.it appetitosamente@gmail.com 070939888 3477380831

 

Quell’istante a teatro, prima che tutto abbia inizio

 

13402426_1141708642547484_777248591_n

A teatro c’è un istante, una manciata di minuti, in cui si concentrano tutte le scintille che poi accendono quella strabiliante esplosione di fuochi d’artificio che è lo spettacolo. Ma quelle scintille valgono tutto, sono luce che vibra più dell’Opera e sono la manciata di minuti in cui l’orchestra accorda gli strumenti. In sala c’è un leggero brusio, ci sono gli ultimi saluti, mentre si prende posto. E’ l’attesa del piacere. E’ l’istante perfetto tra ciò che era e ciò che sarà. Non importa ciò che eri, cosa ti abbia portato lì, che anno sia e a che punto di evoluzione sia la tua vita. Quell’istante è un passaggio, un canale di velluto rosso  che ti conduce in un mondo Altro. Di lì a poco sarai trascinato a fine Ottocento, tra i velluti della prima della Bohème al Teatro dell’Opera di Roma oppure in mezzo all’oro de La Scala e non sei più tu, sei una regina e stai aspettando che inizi la prima de La pietra del paragone, oppure uno studente del politecnico di Torino e, seduto accanto a una donna vestita di seta che speri ti sfiorerà la mano, aspetti che si apra il sipario del Teatro Regio.

Ecco, l’orchestra sta accordando gli strumenti. Sopra ogni cosa, si sentono i violini. Uno è uno Stradivari. Puoi chiudere gli occhi perché il tuo viaggio ha inizio.

Tifu

Anna Tifu, oltre la perfezione

 Da LaDonna Sarda di Cristina Muntoni – clicca qui per vedere l’articolo

Pare che sia stata la moglie di Ottorino Respighi (1979-1839) ad allargare gli orizzonti del grande compositore oltre la musica rinascimentale e barocca verso quella medioevale. Proprio al linguaggio sonoro gregoriano riscoperto da Respighi è dedicato il tredicesimo appuntamento della Stagione concertistica del Teatro Lirico di Cagliari.

Protagonista assoluta del Concerto gregoriano per violino e orchestra– che si inserisce tra La chovanščina: Preludio e Danza delle schiave persiane e Quadri da un’esposizione di Musorgskij – è la grande violinista cagliaritana Anna Tifu, considerata una delle migliori interpreti della sua generazione e che stasera terrà la seconda e ultima replica del concerto assieme all’Orchestra del Teatro Lirico di Cagliari.

Diplomata appena quindicenne al Conservatorio di Cagliari, col massimo dei voti e la menzione d’onore, Tifu ha fatto incetta di premi in tutto il mondo esibendosi nei palcoscenici più prestigiosi e collaborando, oltre che con grandi musicisti come Maxim Vengerov e Alexander Romanovsky, con l’attore Jhon Malkovich e Andrea Bocelli che l’ha invitata come solista in numerosi concerti.

Tra gli impegni più prestigiosi degli ultimi anni c’è l’inaugurazione della stagione sinfonica 2014-2015 del Teatro la Fenice di Venezia e la partecipazione con l’Orchestra della Rai di Torino al Festival George Enescu di Bucarest, al tour in Russia e al Prix Italia.

In questa intervista a pochi minuti dalla prima, si racconta senza inibizioni, svelando sogni, timori e l’amore per la sua città.

clicca qui per vedere la video intervista

violino-normale

La ricetta della felicità

IMG_3428a_resize
Teatro Civico di Castello foto di Giorgio Russo

Ci siamo seduti sul prato dei Giardini, ci siamo poggiati sui muri del Teatro Civico di Castello che si apre al cielo senza soffitto, abbiamo aspettato il tramonto e, in silenzio, li abbiamo ascoltati tutti. Il Nobel Tim Hunt, l’antropologo Marc Augé, il teologo Vito Mancuso, il filosofo Bauman, lo scrittore Ian McEwan. Volevamo sapere. Volevamo che ci indicassero la strada.

Cosa bisogna fare per essere felici?

La ricetta della felicità a Leggendo Metropolitano

Continue reading → La ricetta della felicità

Festa della Repubblica, singolare femminile

img_9617Quando ho intervistato la nuova Prefetta di Cagliari (clicca qui per leggere l’intervista) era fresca di nomina, era la prima donna a ricoprire questo ruolo in città e mi è piaciuta moltissimo. Mi piaceva che per essere autorevole non avesse soffocato la sua femminilità.

La festa che ha organizzato stamattina per celebrare i settant’anni della Repubblica era totalmente nel suo stile. L’ha dedicata al diritto al voto alle donne e ha voluto che accanto a lei, sul palco, sotto un’enorme tricolore, ci fossero solo donne: la Magnifica Rettora dell’Università di Cagliari, la campionessa mondiale di apnea, la presidente dell’Ordine degli avvocati di Cagliari, la Maestra di Bisso e altre eccellenze femminili che hanno letto brani di Sardegna al Femminile, il libro con cui, assieme ad altre giornaliste, ho scritto di donne sarde straordinarie che la storia ha dimenticato.

Continue reading → Festa della Repubblica, singolare femminile

Come si raggiunge la felicità?

downloadSta per succedere qualcosa di meraviglioso. Manca una manciata di ore. Gotthold Ephraim Lessing diceva che l’attesa del piacere è essa stessa piacere e, in questo caso, è anche la risposta al quesito che anima l’ottava edizione di Leggendo MetropolitanoIl Festival Internazionale di letteratura, che inizia stasera a Cagliari, quest’anno ci fa riflettere sulla ricerca della felicità.
Lo scopo che anima il mondo si raggiunge con impegno, pazienza e dedizione o la ricerca è un’inutile fatica, perché la felicità arriva per caso come una giornata di Sole o una stella cadente? La felicità è questione di virtù o di fortuna?

Il primo dei settantadue ospiti che ce ne parlerà è Bill Clegg. Tra gli alberi secolari dei Giardini Pubblici, il grande scrittore americano tra poche ore attraverserà l’intricato inferno in cui si è snodata la sua vita quando era tossicodipendente, per ricomporre il mosaico di un’esistenza oggi pienamente felice. Le strade che la vita ci pone davanti sono tante – dice – a volte troppe, ma a volte nessuna. Come procedere? Cosa scegliere? La risposta è capire dove vogliamo essere diretti.

Continue reading → Come si raggiunge la felicità?