Raccontare l’atmosfera del festival internazionale Time in Jazz è limitativo. Nessuna descrizione può trasmettere l’incanto di trovarsi a un concerto tra le rovine di un castello medievale o tra gli alberi in campagna, davanti a una chiesetta di pietra. Sonia Peana ha suonato il suo violino dell’Ottocento davanti al mare, nella spiaggia di Porto Taverna che si affaccia sull’isola di Tavolara. Dopo un memorabile pranzo tipico berchiddese, tra tavoli di pietra e sughereti, ci siamo sedute sotto un albero dove mi ha raccontato di quando il celebre trombettista Paolo Fresu la conquistò con ago, filo e bottoni mentre era sentimentalmente ferita e diffidente. Mi ha raccontato della sicurezza nel rapporto, della fiducia e, in una parola, di quella cosa meravigliosa che si chiama amore che per lei è arrivato con delicatezza, lentezza e poesia.

 

Sonia Peana Fresu: Non chiamatemi “la moglie di”

Da La Donna Sarda – di Cristina Muntoni

 

Sonia Peana Fresu: Non chiamatemi "la moglie di"

ph Stefano Parisi

 

“Il free jazz e il bebop mi annoiano mortalmente”.

Se a parlare non fosse la moglie del creatore di uno festival del jazz più importanti d’Italia, non ci sarebbe nulla di sbalorditivo. Ma a dichiararlo sotto gli alberi della campagna di Berchidda, durante uno degli appuntamenti “fuori porta” di Time in Jazz, è la violinista Sonia Peana che, con una corona d’edera e sotto una pioggia di petali di rosa lanciati da un elicottero, a 34 anni, nel 2002, ha sposato Paolo Fresu, uno dei più apprezzati trombettisti italiani.

Ma se la musicista algherese non teme di esprimere le sue opinioni, lo fa anche con modi così delicati da non apparire mai impattante, anche quando parla della suocera o del suo sacrificare la carriera per essere madre. Una carriera che è iniziata perfezionandosi a Pescara, Siena, Parma, Nuoro e Bologna, dove tutt’ora vive, e che la vede presente negli album di Elisa, Irene Grandi, Samuele Bersani, Andrea Bocelli e Lucio Dalla, con cui ha suonato in molte trasmissioni Rai. Perché se la sua è una formazione classica, anche col quartetto d’archi Alborada – che ha fondato nel ’96 – abbraccia diversi generi musicali, dal pop al jazz, che ama, ma appunto con qualche distinguo.

Dopo esserci incrociate ai vari concerti del festival, compresa una sua esibizione nella spiaggia di Porto Taverna, ci incontriamo dopo un pranzo tipico berchiddese, tra tavoli in pietra e sughereti. Ci sediamo tra le radici di un albero e mi accorgo che ha una grazia talmente straripante da far sembrare eleganti persino le infradito.

Perché hai scelto il violino?
Sono stati gli insegnanti a dirmi che avevo belle mani, un bell’orecchio e che il violino fosse per me. In realtà, col senno di poi, i miei strumenti ideali sono il violoncello e la viola.

Sonia Peana, Fresu e Nicolò FabiPh Roberto Sanna

Quindi il violino mi è capitato. In realtà ero una bambina molto musicale, avrei potuto suonare qualsiasi strumento e forse avrei potuto avere un iter più facile se avessi iniziato con quello veramente ideale.

A proposito dei bambini, hai creato un progetto da cui è nato un audio libro con Paolo Fresu e Bruno Tognolini: “Nidi di note“.
Il progetto è nato nel 2010, per caso. Avevamo il nostro bambino nel nido a Bologna e, come tutti i genitori, volevamo una scuola che avesse varie aperture, con progetti creativi. Siccome non c’era, accettarono la proposta di destinare i fondi di un nostro concerto per finanziare un progetto musicale per quell’anno. Ha avuto talmente successo che lo abbiamo ripetuto ogni anno e secondo noi valeva la pena estenderlo anche ad altre scuole. Quindi, ogni anno organizziamo degli eventi i cui ricavati vanno alla formazione, all’insegnamento della musica nei nidi dell’infanzia e nelle scuole elementari. Una propedeutica alla musica come si fa nelle scuole di Germania, Francia e tanti altri paesi. Qui in Italia siamo un po’ indietro.

Vostro figlio suona la tromba. Il futuro è già scritto?
In realtà Andrea aveva iniziato col violino a 3 anni, poi ha lasciato a 5 anni e ha voluto iniziare con la batteria che suona tutt’ora ed è molto bravo. Poi Paolo gli ha dato una pocket, che è una piccola tromba, e si diverte a suonarla. Se qualcuno gli chiede cosa voglia fare da grande, dice “il musicista”, ma noi in realtà ci auguriamo di no perché sappiamo quanto sia difficile essere figlio di un musicista. Il punto è che lui vede la vita del musicista come qualcosa di facile perché ha visto suo padre in un momento in cui è arrivato e non ha visto quanto ha dovuto studiare e tutti i sacrifici che ha fatto.

Alborada a Porto Taverna per Time in JazzPh Massimo Schuster

Come vi siete conosciuti tu e Paolo?
Ci siamo conosciuti a Faenza perché suonavamo in una messa jazz diretta da un amico comune, Alfredo Impulliti. Lui era solista e io facevo una delle prime parti dell’orchestra. Ma in realtà io lo conoscevo già di nome, ascoltavo già delle sue cose, avevamo anche qualche amico in comune e mi sono avvicinata per presentarmi. Lui era molto affettuoso, ma per me era un momento molto difficile a livello sentimentale, rifiutavo qualsiasi approccio maschile e speravo tanto che quella fosse solo un’amicizia e non diventasse altro. Invece lui è stato di una delicatezza incredibile. Non è facile avere la consapevolezza e la sensibilità di capire il momento giusto e lui l’ha capito bene. Alla reception dell’hotel mi lasciò un libro bellissimo, Afrodita di Isabell Allende, e mi fece una dedica usando i fili, la spilla da balia e i bottoni del set di cucito che si trova in camera negli alberghi. Aveva creato una cosa bellissima con una dedica in cui si augurava che ci rivedessimo presto. È nato tutto come una cosa molto pensata, lenta, anche per i suoi tempi di ritorno da Parigi dove viveva e da dove tornava una volta al mese.

Come ti sei rapportata con la sua fama di gran seduttore e col fatto che sia circondato da ammiratrici?
Io non lo sapevo che avesse questa fama. Addirittura avevo dei dubbi che fosse gay talmente era delicato. Le sue fan lo ammirano molto, è vero, io invece, anche se ammiravo la sua musica, non ero una fan, tutto è nato a livello di amicizia, a livello umano. Io amo l’uomo che c’è in Paolo, il fatto che lui suoni bene ha un ruolo marginale. La gelosia non c’è, bisogna imparare a starci nella cosa, altrimenti sarebbe una disperazione continua. Bisogna essere sicuri del proprio rapporto, se ci fosse gelosia significherebbe che non c’è stabilità.
Com’è per te essere considerata “la moglie di” nello stesso ambito in cui ti sei formata un curriculum di alto livello?
“La moglie di” non mi piace, poi inevitabilmente succede che lo si dica perché è normale. A volte mi dà fastidio, però dipende anche da come nasce, da quali sono le persone che lo dicono, com’è l’approccio. Sicuramente un po’ mi ha tolto perché ero molto indipendente, avevo un quartetto d’archi, facevo delle collaborazioni con molti jazzisti ed era tutto al di là di lui. La mia vita musicale non è stata costruita da lui, anzi è dovuta diminuire perché con Andrea ci sono solo io. Anche al momento del suo ingresso alle elementari, che comporta che devi essere stabile, ho dovuto scegliere di insegnare.

Paolo Fresu e Sonia Peana a Time in JazzPh Massimo Schuster

Stargli accanto ti ha accresciuto artisticamente?
Mi ha fatto crescere tanto per stare sul palco perché chi ha una formazione classica come me ha un sacco di insicurezze, ha questa idea della perfezione. Con lui ho imparato la gioia di stare sul palco e di provare la grande emozione di quello che puoi trasmettere al di là dei difetti e delle imperfezioni. Mi ha insegnato a suonare libera e a sentirmi sicura, cosa che non ero per niente.

Che tipo di padre è?
Lui adora il fatto che ci sia la famiglia, adora avere un punto di riferimento. È un padre molto affettuoso. All’inizio mi spaventava l’approccio che avrebbe potuto avere perché non era il classico affettuoso, in famiglia avevano un rapporto all’antica con i genitori, basato sul rispetto, ma dove non ci si bacia e dove non ci sono slanci. Mentre io vengo da una famiglia stile Almodòvar, dalle grida agli abbracci, tutto un fare molto passionale che lui non comprendeva.

Si dice che Paolo abbia una madre matriarca. Che rapporto hai con lei?
Lei è una donna molto forte, molto intelligente, molto pratica, è la classica suocera, nel bene e nel male. Nel male è che ha un attaccamento morboso rispetto ai figli e tutto ciò che non è famiglia le è sempre un po’ estraneo. Nel bene c’è che anche se non vuole farmelo vedere sicuramente mi è molto legata e mi protegge, protegge la famiglia, ha un grande senso della famiglia. Paolo ha molto di lei, la sua determinazione, la sua organizzazione mentale anche matematica in tutto quello che fa viene dalla mamma. Tutta la poesia e la delicatezza vengono dal papà.

Citi determinazione e poesia come elementi importanti, ma più specificatamente, cosa consiglieresti a un musicista esordiente?

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Ven 19 Agosto 2016

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